Parla come magni

Non ho trovato mai in nessun testo la parola “interlocuzione”, né in un saggio né tantomeno in un romanzo. Interlocuzione è l’atto di colloquiare, conversare, dialogare, discorrere, discutere, ragionare, chiacchierare, cianciare, ciarlare (cfr. Treccani). Se trovassi in un romanzo
“Vieni, che facciamo un’interlocuzione”
al posto di
“Vieni, che ne parliamo”
sinceramente chiuderei il libro e chiederei il rimborso.
Eppure c’è stato uno che – durante i suoi mandati da Presidente del Consiglio – era solito dire che aveva avuto un’interlocuzione.

La parola è fondamentale, sia che si parli sia che si scriva. Ho cominciato a leggere Faletti e verso pagina 40 l’ho lasciato lì e non ho letto nient’altro di lui. La causa? Un personaggio che va in un locale notturno, pensa di abbordare una donna e si presenta come un commesso viaggiatore, non ha senso.
Qualcuno mi ha detto che il mio primo romanzo poteva essere una sceneggiatura già bella che pronta. E’ stato per me un grandissimo complimento perché vuol dire che i miei dialoghi sono reali, non sono artefatti per il solo gusto di dimostrare che ho fatto gli studi classici. Bisogna farsi capire, e per farsi capire bisogna mettersi allo stesso livello di chi ci ascolta, allo stesso modo che per fotografare in maniera corretta un bambino devo chinarmi alla sua stessa altezza.

Dall’uso di una certa parola piuttosto che di un’altra si capisce tutto. Se un mio personaggio, adirato, se ne esce con “cazzo”, è molto più espressivo del famoso “accipicchia” del Cavaliere che voleva fare il raffinato.
Quindi, aspiranti scrittori e lettori, attenti all’uso della parola. Il vecchio proverbio è sempre valido: parlate come mamma v’ha fatto.

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