“Ho pubblicato un romanzo, un fallimento. Ho scritto due storie di spionaggio, mai pubblicate. Per vivere facevo il barista e in quel periodo ho incontrato Darwin, mi sono innamorato delle letture scientifiche. Da lì ho capito che potevo guadagnarmi da vivere scrivendo di scienza”. Questo afferma David Quammen in una intervista rilasciata alla Stampa il 29 maggio scorso che invito caldamente a leggere.
A me interessava l’argomento trattato – i tumori che potrebbero propagarsi come i virus – essendo parte in causa. Ma mi ha colpito anche la metodologia seguita per scrivere i suoi saggi.
“Quando scrivevo The Song of the Dodo negli anni ’90 – afferma Quammen – sono arrivato a 600 pagine per poi rendermi conto che non avevo tenuto traccia delle fonti e ho dovuto alla fine fare un lavoro enorme di revisione. Oggi ogni frase che scrivo è accompagnata da un riferimento e da una nota. Pago personalmente due persone che mi aiutano: una trascrive le interviste agli scienziati e alle persone che incontro nei vari viaggi, nei laboratori in tutto il mondo o nelle foreste. L’altra fa fact-checking. Le riviste scientifiche hanno staff interni per il fact-checking, nell’editoria devi arrangiarti da solo perché non ci sono figure di questo tipo nelle case editrici”.
Mi ci ritrovo. Per scrivere 2051: Il punto di non ritorno (che è un romanzo, non un saggio) ho dovuto anch’io fare molte ricerche, molte di più di quelle che faccio usualmente per gli altri libri. Per non essere tacciato da qualche lettore malizioso di aver fatto dei copia-incolla, alla fine del libro in tre pagine ho sentito l’obbligo etico di citare 23 enti, organizzazioni e scienziati, 2 scrittori, 19 giornalisti, 13 media su cui mi sono appoggiato, ringraziandoli tutti. Non mi sono dilungato su altri contributi perché il mio è un romanzo, però voglio sottolinearlo a chi vuole percorrere lo stesso percorso.
Credo che l’onestà intellettuale paghi o, comunque, la propria coscienza è a posto.
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