C’era una volta un’Italia del Nord che cantava. Genova (Fabrizio De André, Lauzi, Umberto Bindi, Gino Paoli, Luigi Tenco). Milano (Vecchioni, Gaber, Jannacci, Vanoni). Venezia (Pino Donaggio, Patti Pravo, Pitura Fresca, Gualtiero Bertelli, Ivana Spagna). Trieste (Sergio Endrigo, Lelio Luttazzi, Pilat). Non parliamo di Bologna (Lucio Dalla, Francesco Guccini, Gianni Morandi, Luca Carboni, Cesare Cremonini, Samuele Bersani).
Non è snobismo, ma da quando sono diventato un po’ più grandicello, cioè da quando Sanremo non è più Sanremo, il Festival nazional-popolare non fa più per me. Però c’è chi in famiglia tiene il televisore accesso su RaiUno e quindi, mentre scrivo, sono costretto a sentire musica non per le mie orecchie. Ogni tanto butto un occhio e vedo nomi e facce sconosciute che, però, mi sembra abbiano un denominatore comune.
Incuriosito, mi sono messo a spulciare su Google e Wikipedia chi sono chi. A parte poche eccezioni scopro che Napoli è ben rappresentata (Sal da Vinci, Lda, Luchè, Samurai Jay, Aka 7even), Roma (Ditonellapiaga, Nayt, Fulminacci, Mara Sattei, Eddi Brock) e il resto del centro-sud (Chiello, Michele Bravi, Brancale, Levante, Maria Antonietta).
Questo mi rallegra molto. C’è un’Italia giovanile, e non solo, che canta e passa qualsiasi altro affanno. Paesi che franano a valle, chirurghi che sbagliano i trapianti sui bambini, altri medici che intascano mazzette, poliziotti che fanno la spesa gratis in stazione.
E’ un piacere sapere che c’è chi suona e canta mentre il Titanic va a picco. In fin dei conti è risaputo in tutto il mondo che siamo il Paese del chissenefrega.
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