Uno dei (dieci?) comandamenti della narrativa moderna è “Show, don’t tell”: mostralo , non dirlo. Solo che il troppo stroppia, come dicono ad Addis Abeba. Prendo due, fra gli infiniti esempi, degli autori che amo di più: Michael Connelly e Kathy Reichs.
Chi è affezionato a Connelly dopo tre romanzi conosce a menadito tutta la toponomastica di Los Angeles. Non occorre guardare Google Maps per sapere dove porta la Mullholland o il Sunset Boulevard. Dopo la prima descrizione, dimmi che Harry Bosch deve andare da lì al distretto di polizia ed è finita. No, devi descrivere tutte le curve, quanto traffico c’è, tutte le deviazioni, e così via.
Prendiamo la Reichs. Impiega quattro pagine per dirmi che si sveglia, si alza, va a portare (in mutandine!, perché non dice che si mette una tuta) il cane a fare il suo giro, rientra a casa, trova il suo amante che si fa il caffè. Quattro pagine per dirmi che Ryan deve partire. Potevi dirlo in tre righe, e non cambiava niente.
O che deve rifilarmi un trattato di anatomopatologia di otto pagine e, perché non sembri un copia-incolla di Wikipedia, mi inframezza ogni paragrafo di dialogo con l’interlocutore che si scaccola il naso, si guarda le punte delle scarpe, passa lo stuzzicadente da una parte della bocca all’altra.
Ma basta. Tutto questo non serve a creare l’atmosfera, a descrivere lo stato d’animo. Serve solo a raggiungere le fatidiche quattrocento pagine volute dall’editore, per aumentare il prezzo di copertina ed i rispettivi guadagni.
Io, col tempo un metodo l’ho acquisito. Per non perdere il filo della narrazione con descrizioni che nulla hanno a che vedere, salto a pie’ pari pagine e pagine. E faccio più presto a leggere l’intero romanzo senza rotture di show.
Sbaglio?
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