“C’est l’argent qui fait la guerre”, dicono i francesi.
Ma il primo a dirlo fu Tucidide, poi Cicerone — pecunia est nervus belli — e da lì fino al Novecento, quando a scriverlo nero su bianco fu un uomo che di guerre se ne intendeva davvero.
Si chiamava Smedley Butler.
Marine per trentaquattro anni, uno dei pochissimi militari statunitensi decorati due volte con la Medaglia d’Onore del Congresso. Un uomo che aveva visto la guerra dall’interno, non dai comunicati.
Nel 1935 Butler pubblicò La guerra è una mafia: un libriccino di cento pagine, un atto d’accusa contro i profitti di guerra, la propaganda, le organizzazioni e gli interessi economici che trasformano i conflitti in business.
Non un pamphlet ideologico, ma un’autobiografia morale.
Butler racconta con franchezza come, per anni, abbia servito interessi finanziari travestiti da missioni patriottiche.
Ora proviamo ad applicare questo schema al presente:
- al blitz statunitense in Venezuela
- alla guerra russa contro l’Ucraina
- al massacro di Gaza
- alle mire di Trump sulla Groenlandia
Solo per citare i casi più evidenti.
La domanda non è se esistano ragioni politiche, ideologiche o religiose. Quelle esistono sempre.
La domanda è chi guadagna quando il conflitto si accende.
Mi fermo qui, ma la sensazione è questa:
finché continueremo a raccontare le guerre come fatalità storiche, e non come meccanismi economici, continueremo a stupirci degli effetti senza mai guardare alle cause.
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