Il fuoco, la televisione e il paradosso del giornalismo noioso

Ullrich Fichtner, in un articolo su Der Spiegel, ha scritto qualcosa che mi ha colpito: “Il fuoco è amico della televisione.”
È una frase sorprendente, finché non la si guarda da vicino. Perché il fuoco, in senso giornalistico, non è distruzione: è visibilità, è reazione, è attenzione. È il modo in cui il discorso pubblico si incendia, si diffonde, si propaga.
E qui arriviamo al nodo: che cosa cerca davvero la televisione e, oggi, i media in generale?
Non risposte, non contesto, non spiegazioni. Cerca scandalo, dramma, conflitto. E questo porta a due fenomeni strettamente connessi:

Scandalismo

La notizia non è più il fatto.
È la reazione emotiva al fatto.
Se non fa rumore, non conta. Se non si può urlare, non si può monetizzare.

Fakenews

Quando lo scopo non è informare ma catturare attenzione, la verità diventa opzionale. Ed è qui che comincia la degradazione dei contenuti: non è più importante se è vero, ma se funziona come accappiaclic.
Ho cercato di esplorare queste dinamiche, con tutte le loro ombre e contraddizioni, nel mio libro Pieno quanto?. Quel libro non era un attacco al giornalismo, era una domanda:
Che cosa succede quando il giornalismo insegna alle notizie come farsi male per farsi vedere?

E oggi mi chiedo: Il giornalismo è diventato noioso?
Forse non è questa la domanda giusta. Forse dovremmo chiederci piuttosto:
È il pubblico che ha bisogno di fuoco, o è il fuoco che ha preso il controllo del pubblico?

Perché se è il fuoco l’amico della televisione, allora lo scandalo non è un errore: è una funzione.

E forse, paradossalmente, l’antidoto al giornalismo noioso non è lo scandalo, ma la profondità, il tempo, il contesto, la verità lenta.

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