Sul serio, ma va, giuro, non mi dire

Sto cercando di capire la moda recente per cui la parola non ha nessun senso a favore invece della mimica facciale. Ne sono alfiere quasi esclusivamente le donne.
Appartengono alla generazione dei boomer, quella in cui il trascinatore Enrico Berlinguer, il grande affabulatore Bettino Craxi ma anche il gelido Giulio Andreotti pronunciavano discorsi grandiosi quasi senza muovere un sopracciglio. Ma anche restando a tempi più recenti i presidenti Ciampi, Napolitano o Mattarella hanno pronunciato parole di altissimo contenuto culturale e sociale senza con questo avere la necessità di emulare un altro grandissimo come Dario Fo.

Da un po’ di tempo, invece – e le trasmissioni tv ne sono zeppe – appaiono ospiti conversatrici che parlano al vento perché l’attenzione dell’ascoltatore è completamente assorbita dalla mimica facciale. Il prototipo è Elli Schlein. Potrebbe anche annunciare l’evento più importante degli ultimi duecento anni che il messaggio si perderebbe nella nebbia di occhi che si aprono e si chiudono con maestria, di sopracciglia che si alzano e si abbassano, di guance che si gonfiano e si sgonfiano, il tutto condito da una mimica gestuale delle mani che non stanno mai ferme, che ondeggiano da una parte all’altra, che si aprono, si chiudono, motteggiano come neanche un direttore d’orchestra sa fare.

Ripeto, tutto a discapito della parola che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi del creato e di cui mi nutro come scrittore. E mi chiedo come mai, perché, quando è cominciato il tutto, cosa sottintende, quanto durerà ancora.
Non so darmi risposte. L’unica giustificazione che mi è venuta in mente è che tentino di convincere l’interlocutore con la mimica, non con il ragionamento. Esattamente come fa the Donald, quando fa le boccucce a mo’ di bacini o di sesso orale, o quando fa l’espressione da imbronciato per intimorire il nemico. Almeno i fachiri adoperano la musica per imbambolare i serpenti, che è più gradevole.

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