Il primo comandamento del giornalismo è il dovere di informare i propri lettori, che vale da noi come in tutti gli altri paesi del mondo. Lo si invoca a piene mani, anche di fronte ai più efferati delitti: il dovere di informare prescrive di descrivere nei minimi particolari quante e dove sono state inferte le ventisette pugnalate, quante volte la vittima è stata costretta a fare sesso orale, fino a che profondità, quanti calci e pugni ha subito per terra il ragazzo gay di turno, e avanti di questo passo. Nel nome del dovere di informazione creano e diffondono i comportamenti emulativi, perseguiti dal codice civile all’articolo 833.
Perché non esiste un analogo dovere di disinformazione? Che è ben diverso dalla Dezinformatsiya russa (il divulgare notizie false o esagerate per confondere il nemico e consolidare il proprio potere) e dalle fake news che conosciamo fin troppo bene.
Prendiamo la notizia di ieri delle ore 12.48: La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha definito la dichiarazione congiunta dei leader europei e della Commissione Ue sul conflitto in Ucraina “un altro volantino nazista“. E’ una notizia o è semplice propaganda?
Fossi io che decido, obbligherei tutti a non diffondere più una sola parola della Zokkolova e di quel gran figlio di Putin, Dmitry Medvedev. Sono anni che leggiamo le loro dichiarazioni sempre più etiliche e oniriche. E basta, lo affermo in nome del diritto alla disinformazione, per salvaguardare la nostra salute e quella delle nostre cellule cerebrali.
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