Ritmo, ritmo

La nebbia agli irti colli piovviginando sale. E avanti. L’abbiamo imparato a memoria tutti, San Martino. Una bella poesia, una bella immagine con delle belle rime musicali, tanto musicali che Fiorello ne ha fatto una sua hit.
La rima poetica è rimasta tale per venti secoli. Poi sono arrivati i poeti ermetici – Ungaretti, Montale, Quasimodo – che hanno scompaginato tutto. Niente più rime alla Carducci, vanno bene solo per Sanremo e dintorni. E che dire del distico elegiaco greco (e poi latino)? Chi se lo ricorda ancora? Già centinaia di anni prima di Cristo in poesia usavano l’esametro e il pentametro come unità di misura per il distico elegiaco per comporre l’epigramma. E a me vengono in mente i libri di greco dove segnavo a matita i tagli, le cadenze, gli accenti. Tara-tarara-tatì, tara-tarara-tatà.

Eppure anche la prosa ha – deve avere – un suo ritmo, una sua musicalità. Nei miei libri c’è, come c’è in quella di grandi scrittori contemporaanei come Michael Connelly, per esempio. Quando inizia una frase c’è un ritmo che si sviluppa, e che nella frase successiva si ripete.
Se c’è una descrizione il periodo rallenta, come un fiume verso la foce, il punto (che significa che l’azione è finita) arriva tardi, dopo cinque, sei o di più righe.
Ma se i fatti – o i sentimenti o i pensieri – prendono un ritmo incalzante, anche la costruzione della frase segue quel ritmo tanto che il periodo può essere costruito con una sola parola. Finale.
(Ecco un esempio calzante)

Quando mi dicono che i miei libri si leggono tutti d’un fiato è perché prima di tutto c’è questa musicalità, quest’onda che trasporta il lettore, a volte dolcemente a volte freneticamente. Non scrivo commenti giornalistici che bisogna rileggerli anche tre volte per capirne la costruzione, e quindi il senso. Se volessimo fare un paragone, i commentatori (soprattutto politici) sono Luigi Nono, io mi sento tanto Lucio Battisti.
E il lettore, che non è un cretino, se ne accorge.

Non so cosa succede in classe oggigiorno, ma ai miei tempi (che orrore quando lo dico!) dopo i cerchi e le aste ci insegnavano la punteggiatura. Oggi, invece, qualcuno ha visto in giro il punto e virgola? O i due punti? La bestemmia ortografica che odio è il trattino al posto dei due punti. Però ce l’hanno insegnato gli americani (non Michael Connelly), il che è tutto dire.

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