Masturbazione mentale

Diamo per scontato che sappiamo scrivere correttamente, in lingua italiana ma anche in dialetto (molto più difficile) o in qualsiasi altra lingua, diamo per scontato che sappiamo cosa scrivere, diamo per scontato che abbiamo già in mente una trama, i personaggi, l’ambientazione e tutto il resto, diamo per scontato tutto questo, resta una domanda: per chi scrivere? A chi ci rivolgiamo? In termini di marketing –  che fa molto fico –  qual è il nostro target?

Il grande Umberto Eco, ai tempi dell’Espresso over size, quello la cui mezza pagina era tutta nera e lasciava le mani inchiostrate, qualcuno se lo ricorda?, Umberto Eco una volta scrisse che a quel tempo (ma anche oggi?) i giornalisti scrivevano non per i propri lettori, ma per gli avversari della controparte politica.
Forse qualcosa succede anche attualmente nell’editoria con i saggi. Se scrivo un trattato sul ventennio fascista o sul suo protagonista è possibile che lo faccia per approfondire il periodo storico, ma c’è più di un sospetto che la mia opera sia indirizzata a sputtanare quel personaggio o a esaltarlo, per chi la pensa come me o è contro di me. Mi pare più difficile che ciò avvenga nella narrativa, con la sola eccezione del romanzo storico.

E allora, per chi scrivere?
La risposta più semplice è: per il possibile/probabile/auspicabile lettore. Va da sé che se scrivo storie per l’infanzia il mio pubblico sarà quello dei bambini con i quali non posso usare un linguaggio aulico o complicato. Ma se il pubblico a chi mi rivolgo non mi accoglie? Se ho già sperimentato, magari con un romanzo precedente, che le uniche copie che ho venduto sono quelle che ho regalato a Natale a parenti ed amici, e se ho ancora voglia di scrivere un altro romanzo –  sapendo in anticipo che farà la stessa fine –  per chi devo scrivere?

Per una e soltanto una persona: per se stessi.

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