Mi vengono i brividi quando sento o vedo questi giovani che aspirano a diventare giornalisti di questo o di quello. Per carità, ben vengano i progetti dei/delle ventenni perché fanno girare il mondo, e gioisco quando leggo di questa o di quella start-up, mi auguro che riesca a sopravvivere, a svilupparsi, ad avere successo economico e personale, soprattutto quando mira a migliorare questo povero mondo. Quando però la speranza giovanile si basa sulla speranza di apparire in video a prescindere, o solo sulla brama di apporre la propria firma sotto ad un servizio giornalistico, la cosa mi lascia molto perplesso.
Qual è la chiave giusta per diventare giornalista?
Denaro. Chiuse tutte le altre strade che vedremo fra breve, oggi ci si inventa free lance. Si prepara lo zaino, si prende un biglietto aereo e si parte per la meta scelta che può essere qualche tribù dell’Amazzonia, la prima (o la seconda) linea di guerra in Ucraina o a Gaza, il Polo Sud per documentare il cambiamento climatico. Con i soldi di mamma e papà il free lance farà qualche servizio e tenterà di venderlo a quale mezzo di comunicazione. Tenterà. Se il servizio è interessante lo compreranno, altrimenti sono soldi e tempo sprecato.
Denaro. Secondo metodo per diventare giornalista è riuscire ad ottenere una qualche collaborazione con un qualche mass media. Io ero pagato negli anni ‘70, se ben ricordo, meno di 5 mila lire ad articolo. Alla Rai regionale il cachet era di 10 mila lire a ridosso del 2000. Ammettendo anche di aver materiale da narrare ogni giorno, si arriva a poche centinaia di euro con cui è difficile campare. Se c’è la famiglia che copre le spalle si può tentare questa strada per qualche anno finché non si apre la porta dorata dell’assunzione. Se la famiglia non c’è, addio sogni di gloria.
Raccomandazione o figlio d’arte. Sono fuori dal giro, e non so se si usa ancora, ma avere un santo in paradiso o far parte del casato di qualche personaggio importante era (è?) una garanzia per trovare un posto in qualche redazione. Mario Rossi farà bene a pensare a qualche altra alternativa.
Il fattore C, di cui mi sono già occupato qui ed è la causa scatenante del mio romanzo Pieno quanto?. Frequentavo il Consiglio regionale del Veneto per conto di Avvenire, lì ho conosciuto il capo ufficio stampa della Regione, il dottor Piccoli, un collega delizioso. Mi raccontò come lui divenne giornalista.
Era amico di un giornalista dell’Arena di Verona e una sera, dopo una bisboccia, questi gli chiese di accompagnarlo in redazione per il proprio turno di lavoro. Quella sera entrò al giornale come ospite amico e ne uscì con la lettera di assunzione in tasca. Ma questo è stato un caso unico, più che raro. Non contateci.
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