Una volta si diceva che i medici scrivevano in modo tale che non si riusciva a capire niente. Il computer oggi rende chiara una ricetta o una diagnosi, ma… resta il problema di cosa e come scrivano in italiano corretto non solo i medici, ma i laureati in genere, le élite intellettuali del Paese.
Non esistono cifre ufficiali recenti ma sembra che la percentuale dei laureati che non sanno scrivere correttamente in italiano arrivi addirittura al 40%.
Vent’anni fa negli Stati Uniti – leggo qui – “fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello base [erano] il 14%. Da noi il buco nero si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese fa [gennaio 2008, N.d.A.], a Roma, al termine dell’ultimo dei concorsi per l’accesso alla magistratura. Preso d’assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58 posti sono rimasti scoperti: 3700 candidati, tutti ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico”.
Parliamo di laureati, e magari con doppia laurea, che “non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e corretto”.
Le prove INVALSI (somministrate a studenti delle scuole superiori e a volte anche nei corsi universitari di recupero) hanno mostrato che molti studenti italiani faticano a scrivere in modo coerente, corretto e comprensibile, e queste difficoltà in molti casi permangono anche nel percorso universitario, come abbiamo visto.
Le lagnanze arrivano anche da parte dei datori di lavoro che lamentano che anche molti neolaureati commettono errori grammaticali, ortografici e strutturali nei testi scritti (CV, e-mail, relazioni, ecc.).
Si spera che, se non sanno scrivere, sappiano almeno leggere, e leggano un libro comprendendone il significato.
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