Già mezzo secolo fa Pier Paolo Pasolini affermava che non era più possibile distinguere un proletario dall’abito che indossava. Noi giovani eravamo tutti omologati: jeans possibilmente molto aderenti, stivaletti, camicie aperte, foulard al collo, eskimo. Figli di papà, piccolo borghesi o figli del popolo eravamo (quasi) tutti così. I nostri genitori invece cercavano di elevarsi dallo standard del proletario vestito poveramente indossando i pantaloni stirati con la riga in mezzo, la giacca buona, la camicia con il colletto inamidato.
Oggi, per distinguerci dalla massa, optiamo per il particolare: gli occhiali colorati, la sciarpa estiva o invernale extra large, il pantalone over size, le unghie come capolavoro pittorico, i capelli simil untuosi ma con le punte a boccolo, e via con la fantasia.
Nel mio preconcetto immaginavo che questo succedesse anche tra gli scrittori guardando questa e quest’altra immagine dove il look, pur nella differenza di situazioni esistenziali, non hanno giustificazione se non quella di creare un’immagine iconica di se stessi.
Un po’ come certi cantanti e certe band che suppliscono a carenze strutturali – voce, testi delle canzoni, melodie – con gli effetti speciali sul palco o nei video, quando quattro giovani di Liverpool fecero il loro ultimo concerto sulla terrazza di un palazzo sotto un cielo plumbeo e ventoso, e vendettero ancora migliaia di dischi.
E invece ho dovuto ricredermi. Ho guardato le foto degli scrittori presenti nella top ten di IBS ed ho scoperto che… sono persone normalissime, donne e uomini che potrebbero fare tutt’altri mestieri, artisti senza bisogno di effetti speciali.
Ben venga, quindi, la normalità, un valore tutto da riscoprire.
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