Una delle domande più scontate che vengono rivolte ad uno scrittore è quanto di autobiografico ci sia nei suoi libri. Immaginate il norvegese Jo Nesbø che ambienta i suoi gialli in Mauritania? O John Grisham che scrive un romanzo rosa? Chiunque non può prescindere dal proprio vissuto: Camilleri mai e poi mai avrebbe messo nei suoi libri degli intercalari in dialetto bolognese.
Il discorso generale vale anche per me, e porto due esempi. La prima parte del mio L’ultimo selfie è molto autobiografica, per la protagonista ho voluto addirittura mantenere il nome originale di una mia amica di adolescenza, Valentina, ed i luoghi narrati con dovizia di particolari sono esattamente quelli dove sono cresciuto. Ma anche in molti altri romanzi, quando cito delle canzoni – J’me tire di Maître Gims in Ho paura solo della mia coscienza, per esempio – è perché le conosco, mi piacciono e ben si adattano al momento. Il massimo sarebbe che il lettore scorresse le righe avendo in sottofondo il brano citato.
Sulla propria esperienza, poi, ognuno ci coltiva quello che vuole con la fantasia, ma in un modo o nell’altro si parte sempre dal proprio vissuto. Se proprio non è l’esperienza diretta a dettare la narrazione, si ricorre alla fantasia, a quello che si vorrebbe fare o aver fatto, anche per non cadere nella monotonia degli stereotipi. Il pericolo può essere proprio questo: appiccicare ai diversi protagonisti dei diversi lavori le stesse caratteristiche, lo stesso cliché. Come in una partita di scacchi giocata da soli, bisogna immedesimarsi nei diversi personaggi e immaginare i diversi comportamenti.
Credo di aver raggiunto il massimo in We will survive, dove le protagoniste sono due donne. Non solo è difficile per un uomo entrare nel modo di pensare femminile, ma sdoppiarsi in due (ma anche più) ruoli di donna differenti non è stato semplice, ma credo onestamente di esserci riuscito.
Negli ultimi mesi sto (ri)leggendo tutti i romanzi di Michael Connelly che mi ero perso. Se si dice Michael Connelly non si può prescindere dalla sua Los Angeles, il Sunset Boulevard, lo smog, il traffico incessante, i canyon, o dalla sua mostruosa cultura in fatto di jazz che emerge ogni volta che Harry Bosch torna a casa. L’autobiografia di Connelly è talmente pregnante che a volte diventa perfino stucchevole, nonostante la bravura dell’Autore.
Nessuno è esente dal proprio background, scrittori compresi. Il piatto o il vino preferito, l’abbigliamento proprio, il modello di donna idealizzato, l’arredamento della propria casa, tutto prima o poi emerge da una narrazione, anche senza volerlo. D’altra parte è più facile copiare (dalla propria esistenza) che inventare.
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