Climate change

L’idea di fondo di 2051 – Il punto di non ritorno, l’ultimo dei miei romanzi, è nata parlando con mia moglie del tempo. La invidio perché si ricorda com’è stato l’aprile dell’anno scorso, se e quanto ha piovuto, se e quanta siccità abbiamo registrato due anni fa. Io del tempo meteorologico passato non ricordo nulla, ad eccezione della maxi acqua alta di Venezia del 4 novembre 1966 e dell’alluvione di Firenze dello stesso giorno.
Dunque, durante la nostra conversazione lei se ne era uscita con una domanda retorica: ma a chi venderanno i propri prodotti se siamo destinati tutti a scomparire dalla faccia della Terra per via dei cambiamenti climatici?

Lì ho cominciato a pensarci su, a leggere e a documentarmi. Scopro allora che ci sono degli straricchi – Elon Musk, Bill Gates, George Soros, Jeff Bezos, Richard Branson, cioè i soliti noti, ma anche diversi altri, definiti greenfingers, “pollici verdi” – che hanno investito miliardi di dollari nella ricerca scientifica per combattere i cambiamenti climatici (o forse per aumentare i loro profitti in vista della catastrofe). Mi metto quindi nei panni di un fantamiliardario, penso cosa farei io per risolvere il problema, ed ecco nascere il romanzo.

Ma è solo il primo passo perché ho dovuto fare tante di quelle ricerche che, per la prima volta, ho sentito il dovere di mettere a fine libro una bibliografia di ben tre pagine, oltre a un’altra pagina e mezza di guida ai diversi personaggi. Se Michael Connelly facesse lo stesso, ogni suo thriller avrebbe quattro pagine di personaggi, abituato a dare un nome anche alla cameriera della tavola calda dove Harry Bosch va a mangiare anche una sola volta.

E siamo comunque solo al primo passo nella creazione di un romanzo.

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