Sono passate due settimane dalla Fiera del Libro di Torino. Non ci sono mai andato, alla Fiera s’intende, non ho mai letto un articolo in merito, ma se qualcuno vuole informarsi a posteriori suggerisco questa pagina più che esaustiva. Non ci sono mai andato perché ho una mia vaga, e molto probabile sbagliata, idea: andare al Salone è come andare al Louvre. Ci sono stato due volte, ma bisogna avere le idee ben chiare su cosa si vuole andare a vedere, io mi sono limitato alla Nike di Samotracia (davanti alla quale ho avuto la sindrome di Stendhal) e alla Gioconda, che mi ha un po’ deluso.
E andare al Salone è come andare alla sagra paesana, dieci, cento, mille volte più grande.
A Torino una persona qualsiasi – il lettore – non so cosa pretende di vedere, di scegliere, di approfondire tra 977 spazi espositivi, 70 sale per un totale di 2.647 eventi, una miriade di editori nazionali ed internazionali (solo la Campania era presente con 70 case editrici e centinaia di autrici e autori). Il Salone è vissuto anche fuori il Lingotto con 800 eventi del Salone Off. Già questi numeri mi fanno venire i capogiri e la nausea.
Mettiamoci, allora, nei panni degli interessati al settore.
Per primi gli editori. Il loro obiettivo giustamente è vendere quanto più è possibile, subito e in prospettiva futura. E’ come il Festival di Sanremo. Nei mega stand tutti luci ed effetti speciali gli editori portano i piatti forti, i migliori titoli, gli autori affermati della casa, zero esordienti (a meno che dietro le quinte non abbiano già venduto i diritti televisivi o cinematografici).
Gli editori cosiddetti indipendenti, i piccoli (e sono tanti). Per loro vale il proverbio che ogni albero fa la sua ombra. Cercano di fare del proprio meglio con le poche risorse che hanno. Se va loro bene per un anno hanno di che campare, sennò… è stato molto bello, alla prossima.
Gli addetti all’editoria: editor, agenti letterari, grafici e peones vari. Può essere un momento di contatto con chi conta nel business ma, per esperienza, dubito fortemente che nei cinque giorni dell’esposizione ci sia il tempo e questo sia il luogo più opportuno per discutere di affari, di collaborazioni o di assunzioni in ditta. Meglio ritrovarsi negli uffici della sede.
I librai (indipendenti). Questa forse è la categoria più interessata. Chi ha naso può capire come e dove sta andando il mercato, qual è la clientela potenzialmente più interessante, quale filone “tira”. Con un po’ di fortuna potrebbero anche scoprire qualche nuovo talento da proporre al proprio pubblico. E’ di sicuro l’occasione migliore per entrare in contatto con quei piccoli editori, anche loro indipendenti, che non hanno una rete di vendita capillare e quindi spesso il rapporto produttore-venditore è diretto.
Gli autori. Per i nomi già affermati, quelli che io-scrivo-per-Mondadori-e-solo-per-lui, quelli che sono subito riconoscibili perché “l’ho visto in tivù”, quelli che vendono solo a Natale come fosse un panettone, quelli che hanno il marchio di fabbrica (il cappello anche al ristorante, la barba falsamente incolta, gli occhiali più sgargianti, la sciarpetta anche a Ferragosto), bene, per tutti questi Torino è la Fiera delle Vanità. C’è l’evento tagliato su misura per loro, l’intervista sul palco del direttore del Corriere o di Repubblica, un pubblico di Re Magi adoranti che occorre coccolare perché portano tanto oro (a se stessi e agli editori).
L’esercito degli altri autori, quelli indipendenti, quelli dell’autopublishing, quelli magari che il libro ce l’hanno già pronto ma mai pubblicato, l’esercito dei sognatori, degli illusi, dei disillusi, degli speranzosi, beh, per loro c’è solo tempo, viaggi, denaro e tante fatiche sprecate.
Appuntamento a Torino 2026.
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