In maniera semiseria una mattina mi sono rivolto a un’infermiera chiamandola “Dottoressa”. Lei si è sentita schernita, ha indicato con il pollice alzato dietro di sé e mi ha risposto: “La dottoressa è quell’altra” indicando la mia oncologa prediletta. Ho ribattuto che anche lei era a tutti gli effetti una dottoressa, essendosi laureata in scienze infermieristiche.
Cambiano i tempi. Una volta per fare un’iniezione bastava un diploma, oggi giustamente serve una laurea. Così per tanti altri lavori, compreso quello di giornalista, che dovrebbe (forse) essere laureato. Non mi risulta, però, che Indro Montanelli, Stefania Battistini, Beppe Severgnini o Luca Bottura abbiano conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione; Montanelli addirittura dopo il liceo non aveva neanche frequentato l’università, ed è stato uno dei più grandi giornalisti italiani, indipendentemente dal giudizio politico che ognuno può dare.
La mia università si chiamava Arnolfo Pacini, Umberto Eco, Enzo Manderino, Claudio Guglielmetti e Mario Rapisardi. Pacini era redattore all’ANSA di Venezia. Lui mi ha fatto dimenticare il Manzoni del liceo per insegnarmi a come scrivere per un giornale e per un’agenzia stampa in particolare (“Mai usare il termine cadavere, ma corpo”).
Umberto Eco non ho avuto la fortuna di avvicinarlo di persona, ma un suo comandamento è stato il mio faro perenne: comunicare è mettersi allo stesso livello del tuo lettore o del tuo interlocutore. Per farsi capire. Questo è il segreto del successo, come fa d’altronde Alberto Angela.
Enzo Manderino era il collega corrispondente dell’Avanti. Ci trovavamo spesso alle assemblee e ai consigli di fabbrica di Porto Marghera. Il giorno che gli comunicai la decisione di abbandonare il giornalismo (magari un giorno ne parlerò qui) Enzo mi fece una tirata perché “sei fatto per il giornalismo”. Aveva ragione, ma le cose sono andate diversamente.
Claudio Guglielmetti era il mio referente ad Avvenire. A Milano, nella mia visita in redazione, Claudio mi fece i complimenti e mi disse: “Quando arriverai qui, visto che sei così bravo ti metteremo a fare i titoli”. Da lui ho avuto tanti e tanti consigli.
Da ultimo ho avuto la fortuna di lavorare assieme a Mario Rapisardi, capo servizio del Gazzettino. Mi aveva cercato, mi aveva voluto al suo fianco, mi ha insegnato a fare il cronista e il commentatore, mi voleva fare assumere come praticante. Ma il destino aveva previsto qualcos’altro.
Questa è stata la mia facoltà di Scienza delle Comunicazioni. Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo, diceva Aristotele.
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