Un ’68 da ricordare

Un ’68 da ricordare

Il mio progetto ambizioso era fare l’architetto. Progetto che si scontrò subito dopo l’esame di maturità con la dura realtà della contestazione sessantottina, la facoltà occupata, le sessioni d’esame che saltavano come grilli, una famiglia disgregata che non poteva appoggiarmi negli studi. Così scelsi tutt’altro indirizzo, senza obblighi di presenza, con la possibilità (teorica) di lavorare per mantenermi e contemporaneamente studiare e laurearmi.

La mano del Signore – più terra terra, la parola influente di qualche persona (sempre rimasta anonima) dentro i meandri del potere – mi chiamò a rientrare in fretta e furia da Biella, dove assieme ad altri “angeli” spalavo il fango dopo l’alluvione del 2 e 3 novembre di quel mitico ’68, per andare a lavorare all’ANSA di Venezia. Parentesi: dopo tre mesi il “lavoro” si era rivelato quello che oggi si chiama stage gratuito, ma non importa.
La Provvidenza mi aveva spalancata la porta della scrittura e bastava percorrere la strada. Prima piccole collaborazioni con periodici locali, quindi la corrispondenza con Avvenire che proprio il 4 dicembre ’68 nasceva a Milano. Scrivi oggi, scrivi domani, scrivi di qua, scrivi di là, ad un certo punto la smania creativa mi portò a valutare un’altra possibilità ancora: e se scrivessi un libro, che so, un romanzo?

Le basi le possedevo, i presupposti anche, ma cosa scrivere?
A poco più di vent’anni le mie esperienze erano oltremodo limitate alla siepe leopardiana. Ero uscito dall’Italia una sola volta, tre giorni con mio padre in Istria, le ragazze con cui avevo ammiccato (e niente di più) stavano abbondantemente sulle dita di una mano, ero un bravo ragazzo, niente spinelli, niente scontri la polizia, niente capelli lunghi. Quindi, cosa scrivo? Cosa mi invento? E, soprattutto, cos’ho di importante da dire agli altri? Scrivere è comunicare, ed io ho sempre odiato parlare con il solo scopo di far prendere aria alla bocca.
Con molta umiltà e realismo ho messo il mio libro nel cassetto. L’ho tirato fuori mezzo secolo dopo.

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