Oh My Darling, Valentine

Oh My Darling, Valentine

Ho imparato a scrivere a macchina prima dei dieci anni. In vacanza dalla nonna Farailde avevo scoperto nel ripostiglio una vecchissima macchina da scrivere, una di quelle tutte nere in ferro, pesantissime, con i tasti ricoperti con il vetro, che se non pigiavi forte la lettera non arrivava al carrello. Era uno dei miei giocattoli preferiti.

Gli anni passarono e poco più che ventenne mi comperai – a rate – la Olivetti Valentine bianca, quella carrozzata da Ettore Sottsass con il contenitore autoportante, un cult degli anni ’70 che conservo ancora gelosamente. Mia fedele partner, mi ha accompagnato lungo tutto il percorso da giornalista. Scrivevo il pezzo, chiamavo Milano in “rovesciata” (telefonata, cioè, a carico del giornale. Allora avevamo la teleselezione che si pagava a scatto, mica come oggi con WhatsApp o Skype) e dettavo l’articolo alla dittafonista facendo lo spelling con i nomi propri (Ancona, Bologna, Como, Domodossola…).

Oggi per fortuna tutto è cambiato. C’è Word con l’editor che corregge gli errori; scritto il pezzo, basta un clic perché miliardi di persone lo possano leggere immediatamente. Però c’è un però.

Nel mondo dell’ipervelocità dove tutto è pressoché istantaneo, anche i giornalisti hanno il pepe nel culo (mi si scusi il francesismo). Non digitano più, usano sì Word ma non l’editor come correttore, ma la funzione di dettatura. Parlano al computer ed intano bevono il caffè, controllano il conto corrente, forse scorrono i video su PornHub, e il computer registra. Alla fine non si prendono neanche la briga di controllare il testo e lo spediscono così com’è.

Ne esce un pezzo – che sicuramente avrete letto anche voi più di una volta – del tipo: stasera mi sono. Fatto una carbonara con. Il guanciale. Che era così buona che. Me ne sarei fatta un’altra. Terrina.

La funzione di dettatura di Word non sa distinguere la pausa breve (che si indica con la virgola), la pausa lunga (punto), la pausa ancora più lunga (punto e a capo).

E scrivere non è come parlare: c’è una costruzione da rispettare, non pedissequamente certo, ma esiste. Parlando posso dire: ha visto un’aquila Bianca, indicando il soggetto (Bianca) modulando la voce. Ma se scrivo: ha visto un’aquila Bianca, da lettore mi chiedo chi l’ha vista, era tutta bianca o aveva solo la testa bianca? Non sarebbe più semplice scrivere: Bianca ha visto un’aquila? Sarebbe più semplice, se venisse scritto a mano e non dettato a Word.

D’accordo che il tempo è denaro, che non ci sono più i tempi evangelici, che tutto si misura in nanosecondi, però un maggiore rispetto per la lingua – e soprattutto per il lettore – sarebbe apprezzabile.

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