La differenza tra scrivere un romanzo – di qualunque tipo esso sia – e un pezzo giornalistico è che il primo si basa sull’astrazione, il secondo sulla realtà.
Partiamo da un esempio personale.
Un giorno stavo percorrendo l’autostrada quando mi sono trovato di fronte ad un restringimento di carreggiata. Nulla di straordinario, solo i soliti lavori in corso. Fossi stato un giornalista di cronaca avrei fatto il pezzo descrivendo chi-come-dove-quando-perché c’erano i lavori in corso.
Invece, nella veste di scrittore si è accesa in me la lampadina, lo spunto, l’inizio di una vicenda da tradurre in parole. Fossi stato uno scrittore di fantasy avrei immaginato l’auto che mette le ali e che vola sopra la carreggiata, fossi stato un autore noir avrebbe potuto essere il pretesto per scrivere di una rapina con risvolti terroristici magari internazionali, e via dicendo. E’ diventato invece il punto di partenza del mio romanzo L’ultimo selfie, pubblicato su Amazon nel ’22.
Non c’è scuola di scrittura che tenga, se non c’è l’idea primitiva, la scintilla, nei casi più importanti il colpo di genio, non si può scrivere un romanzo. Il giornalista è un anatomopatologo che studia e narra i fatti, lo scrittore è una donna che dà vita ad un essere nuovo. Entrambi hanno lo stesso strumento a disposizione, la parola, ma partono e arrivano a risultati differenti. Spesso le due figure si integrano nella stessa persona, ma non sempre: un giornalista può essere anche uno scrittore, ma non viceversa.
In ogni caso nella narrazione il fattore vincente è l’idea. Che nasce dai casi più disparati, leggendo un articolo o un altro libro, parlando con il proprio partner, guardando una persona che passa per strada, osservando con occhi diversi la quotidianità, ragionando sulla propria esperienza. Quest’ultima è un altro discorso ancora, e ne riparleremo.

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